Base in marmo per un’edicola a Mercurio Augusto
Deo Sancto Mercurio Aug(usto)
conservatori suo
P(ublius) Attius Ulpius Apuleius
Clementinus Rufinus v(ir) c(larissimus) et
Fl(avia) Veratia Peticianilla c(larissima) f(emina) eius et
P(ublius) Attius Flavius Augur Rufinus
Clementinus v(ir) c(larissimus) et
Attia Flavia Veratia Aụg̣ụṛina
Novatilla c(larissima) p(uella), filii [eorum]
ex oraculo aediculam
dedicaverunt.
Publio Attio Ulpio Apuleio Clementino Rufino, uomo illustrissimo, e sua moglie Flavia Verazia Peticianilla, donna illustrissima, e i loro figli Publio Attio Flavio Augure Rufino Clementino, uomo illustrissimo, e Attia Flavia Verazia Augurina Novatilla, fanciulla illustrissima, dedicarono un’edicola al Dio Santo Mercurio Augusto in seguito a un responso oracolare.
Mercurio parla: una dedica per volontà divina
Questa base in marmo doveva sostenere una edicola, un tempietto in miniatura dedicato a Mercurio. A commissionarla fu una ricca famiglia senatoria romana: Publio Attio Ulpio Apuleio Clementino Rufino, sua moglie Flavia Verazia Peticianilla e i loro figli, tutti di alto rango (clarissimi).
Ciò che rende questa dedica davvero particolare è il suo motivo: non un semplice voto spontaneo, bensì il risultato di una consultazione oracolare (ex oraculo), ossia una risposta diretta della divinità ottenuta tramite un intermediario sacro. Questa modalità ci rivela un cambiamento profondo nel rapporto tra l’uomo e la divinità: accanto alle dediche volontarie, si affermano gesti compiuti su esplicita richiesta degli dèi stessi, comunicati attraverso sogni o, come in questo caso, oracoli.
La famiglia scelse Mercurio Augusto, un epiteto che collegava il dio all’imperatore. È particolare che siano stati proprio dei senatori a promuovere questa dedica a una divinità augusta: di solito erano liberti o persone di rango più modesto a farlo. Forse il loro coinvolgimento nel culto imperiale li spinse a onorare il dio in modo così solenne, testimoniando la compresenza di devozione personale e prestigio sociale.
(da scheda di Giacomo Presciuttini)


