Ara funeraria in marmo di Ofellio Artemidoro
D(is) M(anibus).
L(ucius) Ofillius
Artemidorus
vi(v)us sibi fecit,
secus Curtia(e) P(ubli) f(iliae) Tycĥe
coniug(i) simplicissimae suae,
cum quem vixit annis IIII sine
querella et contra Ofillia(e)
Vitali filiae dulcissimae suae.
Ex Caulia Ianuaria matre
et Lucii Septimanus et Euty=
ches filiì fecerunt patri
optimo cum Sulpicia L(uci) f(ilia)
Valentina uxore eius.
Quisquis autem secus ara ignem fecerunt
sciat se ad pontifices disputaturum.
Agli Dei Mani. Lucio Ofellio Artemidoro fece per sé questa tomba da vivo, in secondo luogo per Curtia Tyche figlia di Publio, moglie umilissima con cui visse per quattro anni senza nessun litigio ed in terzo luogo per Ofellia Vitale sua dolcissima figlia. I figli avuti dalla madre Caulia Ianuaria, i Lucii (Ofellii) Septimano e Eutyuche, fecero all’ottimo padre con la di lui terza moglie Sulpicia Valentina. Chiunque accenda un fuoco accanto all’altare, sappia che sarà portato a giudizio davanti ai pontefici.
Tre matrimoni e una minaccia agli Dèi
Quest’ara funeraria è dedicata a Lucio Ofellio Artemidoro e racconta la sua complessa vita familiare. Si menzionano ben tre mogli: la “umilissima” Curtia Tyche, con cui visse “quattro anni senza nessun litigio”; la madre dei suoi figli, Caulia Ianuaria; e infine Sulpicia Valentina. Uno spaccato sulle dinamiche matrimoniali nel mondo romano.
Ai lati dell’ara, le raffigurazioni di urceus (un piccolo vaso) e patera (una coppa) richiamano i riti di libagione e la pietà religiosa, gesti sacri in onore degli dèi o dei defunti, sottolineando l’importanza del culto funerario.
L’iscrizione si conclude con una formula di avvertimento: “Chiunque accenda un fuoco accanto all’altare, sappia che sarà portato a giudizio davanti ai pontefici.” Una minaccia esplicita contro i profanatori, a protezione del sepolcro di Artemidoro e della sua famiglia.
(da scheda di Rosa Formisano)
